Restauro in corso di: a) boiserie dell'altare ligneo (XVII sec.) b) cinquanta reliquari in lamina d'argento c) n.2 tavole raffiguranti i santi Francescani Ludovico di Tolosa e Antonio da Padova (XIV sec.)
Cella di San Francesco, Chiesa di San Francesco a Ripa, Roma, da luglio 2026 - in corso
Proposta di sponsorizzazione tecnica per il restauro conservativo, intervento manutentivo e indagini diagnostiche dei beni mobili conservati presso la Cella di San Francesco: A) boiserie dell’altare ligneo (sec. XVII), B) cinquanta reliquiari in lamina d’argento, C) n.2 tavole raffiguranti i santi Francescani Ludovico di Tolosa e Antonio da Padova (sec. XIV).
A e B) Il restauro conservativo dei cinquanta reliquiari e dell’altare in cui sono collocati si inserisce nella prospettiva del mantenimento in discreto stato delle opere, preziose testimonianze dell’antico culto riservato al santo di Assisi nell’Urbe. Sia le parti in lamina d’argento, che la struttura in legno, necessitano di una costante manutenzione nel tempo, utile a ostacolare il naturale ed inevitabile processo di degradazione. Le suddette operazioni di restauro hanno il fine di mantenere e preservare le opere in questione, stabilizzandone la conservazione.
Nello specifico, le opere in argento si presentano in discreto stato di conservazione, ma in alcune parti - soprattutto nella zona dei piedini - si riscontrano alcuni colpi o abbozzi della lamina, nonché l’annerimento della superficie dovuto all’ossidazione della lamina d’argento. Sono inoltre presenti depositi incoerenti diffusi su tutte le superfici.
Anche la struttura dell’altare ligneo si presenta in buone condizioni, con il meccanismo ancora funzionante, ma con uno strato di deposito incoerente sulle superfici, soprattutto nelle parti alte, più difficili da raggiungere. I depositi della polvere porterebbero nel tempo ad assorbire un eccesso di umidità, inglobando anche il particellato inquinante, e dunque arriverebbero a modificare il PH del legno, rendendosi così aggressivi per tutte le superfici.
L’intervento tecnico sull’altare ligneo si concentrerebbe sulla depolveratura delle superfici, mediante aspirapolvere, microaspirapolvere e panni morbidi, mentre non prevede la lucidatura delle stesse, ancora in buone condizioni.
Per i cinquanta reliquiari si prevedono le seguenti operazioni: la realizzazione di una campagna fotografica che documenti lo stato degli oggetti prima delle fasi di restauro; la rimozione e lo spostamento dei reliquiari al fine di ispezionare e valutare meglio le successive fasi di intervento; la depolveratura dei manufatti; la sgrassatura delle superfici metalliche con asportazione dei vecchi protettivi mediante idonei solventi, avendo cura nel proteggere le porzioni di legno e di vetro; la rimozione delle ossidazioni dell’argento con detergenti all’uopo e tamponi di cotone; la revisione dei punti con fratture e ammaccamenti mediante attrezzi di legno e da cesellatore e, per i punti che presentano frammenti sconnessi, l’uso di collanti epossidici bicomponenti e di una tela finissima di seta da applicare sul retro della lamina; l’impregnazione del legno con una soluzione di permetrina preventiva a pennello; la protezione finale della lamina con della resina paraloid 44 in mec, data a pennello; la rimozione delle protezioni dei legni e dei vetri e pulitura degli stessi con stoffe di puto cotone e solventi idonei; la spolveratura dei loculi e riposizionamento dei reliquiari in loco.
Tali lavorazioni verranno eseguite dalla D.ssa Eleonora Baldo, restauratore dei Beni Culturali, qualificato per il settore 8.
C) Per le due tavole, raffiguranti San Ludovico di Tolosa (cm 124 x 24) e Sant’Antonio da Padova (cm 124x 24), sono in programma le seguenti indagini diagnostiche: Riflettografia IR (1700 nm) in alta risoluzione (3-5 pixel mm); Radiografia digitale ed indagine della fluorescenza dei raggi X (XRF).
Le indagini diagnostiche verranno effettuate dalla D.ssa Maria Beatrice De Ruggieri della Emmebi Diagnostica artistica srl.
La cella di san Francesco in San Francesco a Ripa, l’icona di Margarito d’Arezzo, le due tavole con S. Ludovico di Tolosa e S. Antonio da Padova e la macchina d’altare di Fra’ Bernardino da Jesi con i reliquiari della famiglia francescana
Nel suo insieme la cella di San Francesco, presso il convento di San Francesco a Ripa Grande, si presenta come un ambiente di culto dotato di arredi e suppellettili databili tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo. Si tratta di un luogo raro e prezioso, che testimonia la permanenza di San Francesco nell’Urbe, dove fu fraternamente accolto dai monaci benedettini, insediati presso il porto ripense con la chiesa di San Biagio e l’annesso ospizio per la cura dei lebbrosi. L’agiografia francescana vuole che il Fondatore vi abbia trovato alloggio in diverse occasioni, dimorando in uno spazio modestissimo edificato con scapoli di pietra (visibili) e un’incannucciata (anch’essa parzialmente visibile).
Qui trovava riposo steso sul pavimento terra, con l’unica comodità di un cuscino costituito da una grande roccia nera, ancora custodita nella cella. La tavola medievale presente al centro dell’altare della cella, già attribuita a Margaritone d’Arezzo (1275 - 1285), lo ritrae secondo uno dei più antichi archetipi e vivifica la presenza del santo, rendendone permanente il culto nel luogo. Ben presto, infatti, la presenza di Francesco fu documentata presso l’ospizio ripense dalle stesse fonti francescane e collegata alla vicenda di frate Jacopa de Settesoli, annoverata tra i primi compagni del Poverello di Assisi. La cella costituì il primo nucleo della chiesa di San Francesco, ricostruita ed ingrandita in virtù della cessione da parte dei benedettini dell’ospedale per i forestieri e trasformata da Jacopa Frangipane dei Settesoli con il benestare di papa Gregorio IX e il finanziamento del conte Pandolfo dell’Anguillara.
Dopo la morte del santo di Assisi, la cella divenne ben presto luogo di devozione e preghiera, nominata, fin dal primo Cinquecento, come “sacrario”. Essa era originariamente ubicata a ridosso della tribuna della vecchia chiesa di San Biagio, luogo collocabile tra il coro e il presbiterio dell’attuale edificio, e faceva corpo con il piano superiore del convento destinato alla clausura dei frati. Elevata a santuario da Clemente VIII (1592-1605) tra il 1602 e il 1603, la cella fu accorpata all’antistante locale chiamato “sacrestiola”, che la tradizione voleva fosse stato destinato al compagno di viaggio di San Francesco a Roma. Frate Ludovico da Modena (Cronaca della riforma e fondazione dei conventi) dà testimonianza, nel 1698, dell’inizio dei lavori che condussero alla sistemazione attuale dell’umile vano. Gli interventi si protrassero sino al 1708, grazie al contributo economico del cardinale Ranuccio Pallavicini, terziario francescano e protettore della cappella. Furono realizzati il grande altare-reliquiario barocco ad opera del frate francescano Bernardino da Jesi, Giovanni Antonio da Bergamo e Diego da Roma. Fra i numerosi reliquiari l’altare accoglie cuore, lingua e occhi del benefattore, conservati in una teca di piombo posta sul lato destro. I numerosi reliquiari a tabella e ostensorio (ante 1730) racchiudono invece le reliquie dei santi dell’Ordine, componendo un grande albero della famiglia francescana.
Di grande interesse storico-artistico anche le due tavole raffiguranti Sant’Antonio da Padova e Ludovico da Tolosa, datate intorno al 1325 e attribuite a Lello da Orvieto, pittore e mosaicista attivo nel Lazio e a Napoli tra il 1315 e il 1340. Queste affiancano la tavola con san Francesco, che recentemente ha rivelato la firma MARGARITUS DE ARITIUS ME FECIT, componendo così un trittico dedicato ai santi francescani seguaci del Fondatore. Proprio sant’Antonio avrebbe dimorato nel convento ripense nel 1230. Secondo alcune recenti ipotesi le tavolette originariamente avevano la funzione di sportelli posti a celare e proteggere il prezioso ritratto di Francesco.